Considerazioni personali da “Dopo Festival”

La ventisettesima edizione del Festival dei Giovani si è svolta quest’anno a Sabaudia, in provincia di Latina, sul bellissimo lago Paola, bacino d’acqua salata ai piedi del Circeo e separato dal mare solo da una sottilissima striscia di dune sabbiose.

Il Festival è l’appuntamento più importante dell’anno per tutti i giovanissimi vogatori italiani. Oltre ad essere la manifestazione remiera più bella ed attesa della stagione, diventa, soprattutto per i ragazzi delle società che vengono da lontano, una piccola grande avventura. Per molti di questi giovani atleti questa è la prima occasione per “allontanarsi da casa”, senza l’ala protettiva dei genitori, e per vivere alcuni giorni al di fuori degli schemi della normale quotidianità. Questo, unitamente alla tensione per le gare, provoca in loro un’infinità di emozioni, spesso contrastanti. Più si è geograficamente lontani da casa più si dilata il tempo e per qualcuno la nostalgia prende il sopravvento sull’iniziale euforia.

I più “scafati” non hanno certo di questi problemi, ma la preoccupazione di dover obbligatoriamente ben figurare in acqua e fuori li porta spesso ad avere atteggiamenti un po’ oltre misura, rendendosi, in alcune circostanze, teneramente “ridicoli”. In tutti comunque l’emozione c’è ed è palpabile, anche se si manifesta in mille modi diversi. Il dover pensare a tante piccole cose, che a casa trovano già pronte e danno per scontate, li obbliga ad un nuovo modo d’agire, mettendoli spesso alla prova e ciò senz’altro li aiuta a diventare più autonomi, ma spesso lo fanno in modo simpaticamente grottesco ed impacciato.

In questi giorni, per chi li accompagna condividendone spazi e tempo, è normale, osservando i loro volti, vedere il continuo cambiare e ricambiare di espressioni, passando dal riso al pianto, dalla noia all’entusiasmo, dalla stanchezza alla vivacità, dall’ansia all’esuberanza, per cause e motivi che a noi “grandi” sembrano banali, ma che per loro in quel momento sono la “ragione di vita”.

Una parola di troppo o una non detta possono procurare in loro reazioni che a noi adulti sembrano eccessive o incomprensibili. La stessa frase detta nella stessa maniera, con lo stesso tono, a due ragazzi diversi, può portare a reazioni, da parte loro, completamente opposte.

Allenatori, dirigenti ed accompagnatori, seppur guidati sempre dalla buona fede, cercando di intervenire, magari per stimolare i più timidi, per rassicurare i più spaventati o per calmare i più eccitati, a volte non ottengono i risultati sperati, proprio perché ogni ragazzo, molto probabilmente, è un pianeta a se e forse nessuno di noi ha la chiave giusta per entrare in questo loro mondo; si va per tentativi pescando nel mazzo e se la fortuna vuole magari una porticina si riesce ad aprire e così ad interferire positivamente.

Certo, vivendo a contatto con loro si può capire quanto abbiano bisogno di liberare mani (prima di tutto dal telefonino) e menti dalle piccole per noi, ma enormi per loro, responsabilità che inconsapevolmente gli mettiamo addosso, per potersi poi serenamente lasciare andare. Spesso sui campi di gara si sentono dire da parte dei tecnici frasi del tipo “devi far bene”, “devi dare il massimo”, “devi lottare fino in fondo” e “non devi mollare mai” (insomma, non lo diciamo chiaramente, ma gli facciamo capire che almeno una medaglia la devono portare a casa), per poi finire con la solita frase banale (a cui forse noi grandi non crediamo più) “l’importante è divertirsi”. Ma un ragazzino si divertirà veramente avendo sulle spalle lo zaino del dover far bene ad ogni costo?

 

A volte, addirittura, non si ha il coraggio di pronunciare la parola “ultimo”, surrogandolo con un “sono (o sei) arrivato ottavo”, come se fosse un disonore o un reato arrivare dopo tutti gli altri. Io non dico che una sana umiliazione sia meglio di una falsa o patetica consolazione, ma penso che aiutare i nostri ragazzi a prendere coscienza senza drammi e senza esaltazioni dei propri risultati, positivi o negativi che siano, possa servir loro per crearsi una capacità critica ed una scala di valori che li abitui poi a vivere più serenamente anche problemi più grandi che la vita certamente li porrà.

Genitori che aggrediscono ed umiliano (visto coi miei occhi, per fortuna non della nostra società) un piccolo perché non ce l’ha fatta ad arrivare sul podio è senz’altro una scena pietosa a cui assistere, ma anche usare parole consolatorie che alterino la realtà non è di certo educativo. Ognuno deve prendere il proprio risultato per quello che è, dando sfogo, in quel momento, alla reazione emotiva che più gli sorge spontanea e meglio lo fa sentire; un pianto liberatorio, un’improbabile scusa tecnica, un capro espiatorio dal nome giudice o avversario, ben vengano se aiutano a digerire la delusione… poi, se è il caso, a freddo se ne potrà parlare ragionandoci sopra, ma nella maggior parte dei casi chissà se servirà, anche perché dopo pochi minuti forse il tutto è già finito nel dimenticatoio.

I ragazzi, infondo, sono come le piante, crescono in funzione dello spazio che viene lasciato loro per crescere, per cui, sempre secondo me, genitori, allenatori, dirigenti lasciamo loro l’aria per respirare.

Meno responsabilità, meno false giustificazioni, magari anche meno complimenti, perché spesso l’altra faccia della medaglia è vedere piccoli campioncini che volano fin troppo alto per quello che hanno già fatto, per poi magari, al primo imprevisto, ricadere nel pianto a dirotto o, peggio ancora, nella tragedia del “non voglio più continuare”.

Se davvero l’importante è il divertimento, lasciamo che a questa età se lo creino da soli. Noi abbiamo solo la grande responsabilità di cercare di tenerli sulla strada giusta dando loro delle regole chiare e precise, saranno poi loro a scegliere i tempi di percorrenza, i ritmi e la velocità, decidendo anche quando fermarsi e quando ripartire.

Queste, naturalmente, sono solo mie considerazioni personali.

Comunque, vedere oltre 1500 bambini e ragazzi riuniti con l’unico scopo di praticare all’aria aperta uno sport di pura fatica è già di per se una grande soddisfazione e senz’altro da speranza e voglia di continuare.

A proposito, tra questi 1500 atleti in erba 24 erano nostri, riconoscibilissimi dalle scritte sulle loro maglie: “i Piccoli Pellirosse del Lario”, nome scelto a ricordo di un equipaggio del nostro campione ed eroe G. Sinigaglia, morto un secolo fa sul Carso. A guidare la nostra giovane squadra Sabrina e Davide, due allenatori che sanno senz’altro trasmettere passione e valori che contano. Per la cronaca, i giovincelli comaschi hanno collezionato sul campo 18 medaglie (6 ori, 9 argenti e 3 bronzi), giungendo nella classifica generale 16° su 124 società remiere partecipanti e 6° nel medagliere, vinto dai nostri “cugini di lago” della Moltrasio, a cui vanno, e non a denti stretti come si fa di solito coi vicini-rivali, i nostri più sinceri complimenti per l’ottimo lavoro svolto.

Ballabio Maurizio